lunedì 12 aprile 2010

"DA MILANO A COMPOSTELLA" Valerio Gardoni, giornalista e fotoreporter: Il viaggio di Ermoaldo.






XX incontro d'aggiornamento sui pellegrinaggi nel Nord Italia
IL VIAGGIO DEL MONACO ERMALDO
Richerio alle radici dello spirito benedettino
Viaggio a piedi nel cuore dell'Europa

Leno – Niederaltaich – Reichenau – Montecassino: 4 famosi monasteri, fortemente legati fra di loro e, a fare da trait d’union, proprio il cenobio di Leno. Da Reichenau come da Montecassino, rispettivamente nel 731 e nel 758, partirono 12 monaci che fondarono i primi l’abbazia di Niederaltaich nella valle del Danubio e i secondi il monastero di San Benedetto a Leno nella pianura padana.

Leno venne in contatto con il monachesimo d’oltralpe con il privilegio di Enrico II del 1019. Successivamente un monaco di Niederaltaich divenne abate a Leno nel 1035-1036: è Richerio (Richter), scelto e voluto dall’imperatore Corrado. Abile diplomatico , fedele al Papa della riforma ecclesiastica, aperto alla regola cluniacense e in totale accordo con l’imperatore,Richerio fu definito "l’uomo dell’imperatore” e nel 1038 venne nominato sia dall’imperatore che dal Papa , abate di Montecassino che resse fino al 1055, periodo nel quale ricoprì la stessa carica anche nel monastero di Leno.

Dopo il viaggio del monaco Ermoaldo (da Leno a Montecassino a piedi, nel maggio 2003), il novello pellegrino Valerio Gardoni ripercorre quest’anno il viaggio di Richerio, da Niederaltaich, nell’alta Baviera, in Germania, a Leno. Quasi 900 chilometri a piedi, attraversando la Germania, l’Austria, l’Alto Adige, costeggiando il lago di Garda e infine ritrovandosi all’ombra delle antiche vestigia leonensi, alle radici dello spirito benedettino nella sua più profonda dimensione europea.

Valerio Gardoni partirà da Niederaltaich domenica 6 giugno e arriverà a Leno l’11 luglio, dove, in occasione della Fiera di San Benedetto, racconterà la sua esperienza illustrandola con le immagini scattate durante il viaggio. Il percorso e il diario del viaggio sarà disponibile in Internet.

Perché Richerio
Il viaggio di Richerio, così come quello di Ermoaldo, rappresenta un ritono alle origini dello spirito benedettino, fatto di un legame stretto con la natura, il territorio, l’ambiente e di rapporti umani profondi. In secoli buoi e difficili i benedettini, incidendo in modo profondo nei territori dove erano insediati, hanno mantenuto apertura e relazioni fra le varie zone d’Europa, ponendo le basi dell’attuale civiltà del vecchio continente.
Le tappe
1) NIEDERALTAICH – Landau a. d. Isar
2) Landau a.d. Isar – Dingolfing
3) Dingolfing – Landshut
4) Landshut – Fresing
5)Fresing – Dachau
6) Dachau – Monaco
7) Monaco – Starnberg
8) Starnberg – Sankt Heinrich
9) Sankt Heinrich – Kochel a. See
10)Kochel a. See – Mittenwald
11) Mittenwald – Innsbruck
12) Innsbruck – Matrei
13) Matrei – Vipiteno
14)Vipiteno – Bressanone
15)Bressanone – Ponte Gardena
16)Ponte Gardena – Bolzano
17)Bolzano – Salorno
18)Salorno – Trento
19)Trento – Arco
20)Arco – Limone del Garda
21)Limone del Garda – Gargnano
22)Gargnano – Salò
23)Salò – Brescia
24)Brescia - LENO

Il pellegrino: Valerio Gardoni
Valerio Gardoni a 15 anni ha incontrato il suo grande amore, la canoa (o meglio il kayak), quando ha effettuato la prima discesa del fiume Oglio. Da allora moltissima acqua è passata sotto il suo kayak. Dal fiume di casa ai fiumi dell’intera Europa sin oltre il circolo polare artico. Ha partecipato a moltissime spedizioni internazionali, discendendo fiumi nei cinque continenti. Alpinista, vanta salite a diverse cime europee, sulle Ande, in Himalaia.
Pratica un’ intensa attività di sci alpinismo. Viaggia scegliendo mezzi, a volte faticosi come la bicicletta o a piedi, nel pieno rispetto del mondo che lo circonda. Ha praticato la speleologia ed il paracadutismo. Una vita avventurosa, impegnativa, a volte rischiosa, ma anche un ritorno vero e semplice alla natura, una ricerca di un rapporto umano più ampio e più profondo con chi è intorno a noi. L’amore per la natura, i paesaggi aspri e solitari, i tramonti in terre lontane, gli animali, il fragore delle acque nel loro lento incidere le rocce, il riuscire a trovare se stesso lontano dal grigiore della civiltà consumistica: sono le cose che lo trascinano sui fiumi del mondo che esercitano su di lui un fascino magnetico.
Valerio collabora attivamente con l’Operazione Mato Grosso, per la scuola di Andinismo in Perù nata per dare una speranza ai ragazzi poveri della Cordigliera delle Ande. Collabora anche con AAZ per migliorare le condizioni di vita dei bimbi dello Zanskar regione Tibetana Ambientalista è da anni nel consiglio direttivo di Mountain Wilderness per difendere gli ultimi spazi selvaggi della terra.
link utile http://www.popolis.it/SezioneEspansa.aspx?EPID=1!0!0!1202!40927!
ntiche strade di fede
L'emozione del viaggio di Ermoaldo in un convegno dedicato al pellegrinaggio: 11 aprile
di Valeria Gasperi
Milano - "Ultreya!" si legge nel Codex Calixtinus, noto anche come Liber Jacobi, questa formula di saluto, in uso tra pellegrini, un augurio e un incoraggiamento che nasce dall'unione di ultra (più) ed eia (avanti). Secondo alcuni la formula completa doveva essere "Ultreia, e suseia, deus adjuvanos" a sua volta figlia di una più antica "Ultreia, Suseia, Santiago", come a dire "Forza, che più avanti, più in alto c'è Santiago". Quando ancora non esistevano gli ”europei”, gli abitanti dell’Europa, estesa anche ad alcune province dell’Impero romano, erano detti "i cristiani". Un popolo solo, legato dalla comune cultura classica, trasformata dal messaggio del Cristo, affiatato dall’incontrarsi sulle vie di pellegrinaggio: gente in cammino verso Santiago, Roma, Gerusalemme.
Su queste strade, incontrandosi e soccorrendosi, verificavano la fede comune, scambiando informazioni di tutti i tipi: il calzolaio sceso dal Nord imparava le tecniche del calzolaio siciliano, che a sua volta scopriva i "trucchi del mestiere" del compagno nordico, il menestrello imparava leggende e canzoni che avrebbe poi diffuso al ritorno. È dedicata a quegli antichi pellegrini, al loro ricordo - vivo nelle chiese, cappelle, croci, affreschi, bassorilievi che fungevano, nel Medioevo, da vere e proprie segnalazioni stradali - la giornata di studi organizzata dall'Associazione Lombarda di Studi Jacopei per il Ripristino degli Itinerari Compostellani, Romei e Ierosolimitani.
Protagonista, tra aprile e giugno 2003, di un singolare viaggio a piedi da Leno a Montecassino seguito da Popolis, il giornalista e reporter Valerio Gardoni offrirà la propria emozionante esperienza, il racconto del pellegrinaggio sulle tracce del monaco benedettino Ermoaldo, fondatore dell’Abbazia di Leno: "Correva l’anno 758 d.C. sulla fertile pianura, nella terra di mezzo fra il fiume Oglio e il Mella, oramai da anni si parlava la lingua longobarda e la cultura degli uomini venuti col vento del nord si era mescolata con la generosa terra della Bassa. Correva il tempo del leggendario Desiderio, ultimo re dei Longobardi, della nobile moglie Ansa che diede sposa la figlia Ermengarda a Carlo Magno e del principe Adelchi...". Un ritorno alle origini, quello di Gardoni, lungo 1000 chilometri su cui si sono affollati "incontri umani meravigliosi, di paesaggi, di storia, di fatica e solitudine".

A prescindere dalle motivazioni (per chiedere una grazia; per adempiere ad un voto; per una ricerca religiosa personale) la conditio sine qua non era la spoliazione, alla partenza, di ogni avere terreno. "Accipe hanc peram habitum peregrinationis tuae ut bene castigatus et emendatus pervenire merearis ad limina sancti Iacobi, quo pergere cupis, et peracto itinere tuo ad nos incolumis con gaudio revertaris, ipso praestante qui vivit et regnat Deus in omnia saecula saeculorum" (Ricevi questa bisaccia, che sarà il vestito del tuo pellegrinaggio affinché, vestito nel modo migliore, sia degno di arrivare alla porta di San Giacomo dove hai desiderio di arrivare e, compiuto il tuo viaggio, torni da noi sano e salvo con grande gioia, se così vorrà Dio che vive e regna per tutti i secoli dei secoli).

E ancora "Accipe hunc baculum, sustentacionem itineris ac laboris ad viam peregrinationis tuae ut devincere valeas omnes catervas inimici et pervenire securus ad limina sancti Iacobi et peracto cursu tuo ad nos revertaris cum gaudio, ipso annuente qui vivit et regnat Deus in omnia saecula saeculorum" (Ricevi questo bastone, per sostegno del viaggio e della fatica sulla strada del tuo pellegrinaggio affinché ti serva a battere chiunque ti vorrà far del male e ti faccia arrivare tranquillo alla porta di San Giacomo e, compiuto il tuo viaggio, torni da noi con grande gioia, con la protezione di Dio che vive e regna per tutti i secoli dei secoli).

Non raramente, preso possesso dei regolamentari "beni", il novello pellegrino redigeva un testamento e optava per la vendita o l'ipoteca del suo patrimonio al fine di finanziare il lungo viaggio. Dava disposizioni per il controllo delle sostanze che eratemporaneamente costretto ad abbandonare, ottenendo talora una speciale tutela della Chiesa, dalla quale ricavava un particolare prestigio. Da lì in avanti, tutto quel che era ragionevole aspettarsi era fatica e concreto pericolo, minacciato dallo stato precario delle strade, dalle catastrofi naturali e dai frequenti assalti dei banditi, in cammino per motivi di natura diversa da quella religiosa.

È toccato a San Giacomo Maggiore, che l'iconografia ci restituisce come santo-guerriero diventare, nell'epoca in cui gli Arabi dominavano la Spagna del Sud e quella Centrale, in quanto protettore della Reconquista, spesso intervenuto in modo decisivo per aiutare i cristiani a sconfiggere i mori, una sorta di simbolo per tutti i pellegrini e tutti i pellegrinaggi. Così è, del resto, per il Santuario di Compostela, dove si ritiene riposino i suoi resti mortali. Anche in memoria di Santiago Matamoros (uccisore dei mori), e a ribadire le radici cristiane della cultura occidentale, il Consiglio d’Europa ha dichiarato nel 1989 il “Cammino di Santiago” primo itinerario culturale europeo.
IL VIAGGIO DI ERMOALDO

1000 chilometri a piedi da Leno a Montecassino sulle tracce del sentiero percorso nel VIII° secolo dal monaco benedettino Ermoaldo fondatore dell’Abbazia di Leno, 1000 chilometri di incontri umani meravigliosi, di paesaggi, di storia, di fatica e solitudine.



Correva l’anno 758 d.C. sulla fertile pianura, nella terra di mezzo fra il fiume Oglio e il Mella, oramai da anni si parlava la lingua longobarda e la cultura degli uomini venuti col vento del nord si era mescolata con la generosa terra della bassa. Correva il tempo del leggendario re Desiderio, ultimo dei Longobardi, della nobile moglie Ansa che diede sposa la figlia Ermengarda a Carlo Magno e del mitologico figlio Adelchi principe eroe, cantato in un secolo a venire dalla tragedia di Alessandro Manzoni.
Re Desiderio, forse partorito a Leno, amava l’orizzonte infinito della pianura, decise di costruire una Abbazia che avrebbe lasciato indelebile l’impronta della saggezza benedettina nelle terre di mezzo fra i due fiumi.
Fu così che per volere del re Desiderio dalla lontana, lontana Abbazia arroccata sul colle di Montecassino, a sud della penisola italica, uno sparuto gruppetto di monaci, avvolti nel bianco saio, mise la bisaccia a tracolla, impugno il bastone o bordone del viandante pellegrino e carichi di saggezza, di fede, ubbidiente all’umile regola di S.Benedetto “ora et labora”, si mise in cammino per il lungo viaggio.


Questi impavidi monaci cavalcarono monti, attraversarono fiumi, steppe e paludi col vento, la pioggia e il sole giunsero a Leno per dar vita al sogno del re Desiderio: la grande Abbazia di S.Salvatore, il loro abate portava il nome “Ermoaldo”.
Correva l’anno 2003 d.C., era un pomeriggio di primavera, il sole abbracciava la pianura vestita di verde, ricamata di fiori, le rondini sfrecciavano nell’ora tiepida d’aprile e gli aromi riempivano l’aria tarda del meriggio. Un gruppo di persone s’era data appuntamento sul prato, nel cuore di Leno, che custodiva gelosamente, come una dote nuziale, la storia della mitologica Abbazia di S.Salvatore. Meticolosi archeologi avevano tolto piano piano la coltre di terra e le poderose fondamenta della leggendaria Abbazia avevano rivisto la luce, erano uscite le voci cantilenanti dei monaci, i loro spiriti vaganti nelle notti di luna avevano protetto il sacro suolo con i suoi segreti, ora erano pronti a raccontarci d’un tempo, d’un passato che può essere monito per il futuro.
Avevo raccolto per chissà quale magia l’invito di quelle voci e stimolato da un piccolo affresco che raccontava delle antiche vie dei pellegrini, m’ero messo il sacco in spalla e, impugnato un lungo bordone, partivo per un’avventura senza precedenti: più di mille chilometri a piedi lungo le antiche strade medioevali.
Quel gruppo di persone mi strinse la mano in un commosso saluto e dopo l’abbraccio con i miei genitori, mi incamminavo nella storia, dimenticando il presente avrei ripercorso a piedi la leggenda: tornavo sui passi di Ermoaldo dopo 1200 anni per raggiungere viaggiando e vivendo come un viandante pellegrino, la lontana Abbazia di Montecassino…
E’ stato un lungo cammino, ricco di emozioni, dell’incanto di paesaggi infiniti, di calore umano, di fatica e solitudine, ma quella sera ero solo al primo dei tanti tramonti…
VALERIO GARDONI

EDITORIALE








IL VIAGGIO
in principio furono Adamo ed Eva .Scacciati dal Paradiso terrestre,furono loto i primi viaggiatori della storia,e noi che ne siamo la progenie,non facciamo altro che seguirne l’esempio.Con la differenza:il viaggio,per noi moderni non rappresenta più una punizione,ma una liberazione.Oggi nessuno ci allontana dalle nostre case;siamo noi a desiderare la partenza,il distacco dalla vita quotidiana,siamo noi ad affollare le agenzie turistiche.Ma sappiamo viaggiare?
Diceva Albert Camus : ”se ora sento di essere arrivato a una svolta della vita,non è per ciò che ho guadagnato ,ma per ciò che o perduto “.Ebbene se vogliamo che il nostro prossimo viaggio si un vero viaggio sia un vero viaggio fecondo
di ben precisi benefici,dobbiamo anzitutto imparare a perdere noi stessi.
E’questo il consiglio che ci è stato lasciato dai grandi viaggiatori della storia: lo stesso consiglio, lo stesso messaggio ripetuto nel corso dei secoli in migliaia diari resoconti ,testimonianze di viaggio,
Nel 1670 un precettore inglese.Richard Lassel ,ammoniva:”al momento dell’imbarco fate che il viaggiatore abbia cura di non portarsi in viaggio se stesso”.e ben prima di lui,nella Roma di Nerone,il filosofo Seneca avvertiva che”molti uomini che non ritornano migliori di come sono partiti si portano se stessi nel viaggio”. Certo qualcuno potrebbe replicare che ogni individuo
partendo,vuole lasciarsi alle spalle i problemi,gli affanni che lo tormentano.
Ma perdersi non significa fuggire i problemi le responsabilità.
Perdersi significa essere capaci di abbandonare le certezze che abbiamo lentamente costruito,i punti di riferimento che definiscano la nostra esistenza;vuol dire saper rinunciare alla nostra visione del mondo,alle sicurezze che abbiamo conquistato,a quel contesto sociale che da corpo alla nostra identità.
Perdersi significa essere pronti a mettere in discussione noi stessi,ad abbandonare la”casa”di abitudini che ci rassicurano, per aprire la nostra anima all’incontro del nuovo.tutto ciò costa fatica e per certi aspetti è anche
contraddittorio: la nostra vita,infatti segnata,è segnata proprio dal tentativo
di trovare stabilità,punti fermi,certezze,un luogo dove mettere radici,che consente di mantenere salda la nostra identità.Lo aveva ben compreso padre Navarette,un francescano del XVII secolo,amante dei viaggi,quando osservava che la”natura umana si contraddice non poco lasciando la propria casa”. Eppure,solo spogliandoci,solo perdendo noi stessi,saremo in grado di vivere l’autentica esperienza del viaggio e di poter cogliere i benefici.Diceva ancora Camus:”Ciò che da valore al viaggio è la paura.E il fatto che siamo
tanto lontano dal nostro paese…siamo colti da una paura vaga e dal desiderio di tornare indietro,sotto la protezione delle nostre vecchie abitudini.
Questo è il più ovvio beneficio del viaggio.In quel momento siamo ansiosi,ma anche porosi e anche a un tocco lievissimo ci fa fremere fin nella profondità dell’essere .(…) Il viaggio è come una scienza più grande e greve,ci riporta a noi stessi.
“.Dunque, il viaggio quello vero consente il ritorno a se stessi,al sé più profondo e originario.
La perdita di sé per quanto paradossale possa apparire,consente di ritrovarsi.Ma ,al contempo,consente di vivere una straordinaria esperienza di rinnovamento:
Charles Darvin nella sua aurobiografia faceva osservare di”aver cambiato la forma della sua testa”al ritorno da un viaggio)e non solo in senso metaforico).John Knoweles,traversando il Mar Adriatico,avvertiva una sensazione di rinnovamento,anche dolce,una sensazione di mattino,e addirittura di innocenza “.Il “rinnovamento”di cui parlano questi altri viaggiatori è,anzitutto,l’acquisizione della capacità di leggere con occhi diversi quello che abbiamo lasciato.Durante il viaggio, la casa lontana acquista sembianze differenti e si finisce col pedere quel senso di assolutezza che gravava sui nostri atti,comportamenti,parametri di giudizio. Il ritorno a casa consente di vedere con occhi innocenti ciò che si era lasciato
e di comprenderne,allo stesso tempo tutti i limiti.
Racconta Jack Kerouac,il viaggiatore statunitense assunto a simbolo del viaggio on the road:”D’un tratto mi trovai in Time Square…,e proprio nel mezzo di un’ora di punta,a guardare con i miei occhi resi innocenti dalla strada l’assoluta pazzia e il fantastico andirivieni di New York,con i suoi
milioni e milioni di uomini che si prendono a gomitate all’infinito fra loro per un dollaro,il pazzo sogno:afferrare,prendere,dare,sospirare,morire,solo per poter essere sepolti in quell’orribile necropoli dietro Long Island City”.Ma il “rinnovamento”di cui parlano i viaggiatori è anche l’acquisizione di una saggezza nuova,resa possibile dalle conoscenze e dalle esperienze fatte durante il viaggio.Questo concetto era già presente in epoca classica
Strambone lo aveva ben compreso,quando scriveva che “gli eroi più saggi furono quelli che visitarono molti luoghi e vagarono per il mondo:i poeti onorano chi ha visto le città e conosciuto la mente degli uomini.Fin da allora intuì che il viaggio era in grado di generare una forma di “ragione”,un “punto di vista “del tutto singolari,in quanto basati sull’osservazione del mondo e dei suoi viari contesti ed ambienti.
Ma la conoscenza di cui già parlava Strambone non è solo quella dei luoghi e delle cose,è anche conoscenza degli uomini,di uomini altri,diversi ed estranei al nostro abituale universo di relazione.Per Paul Bowlwes,autore de il tè nel deserto,questo elemento di diversità ha sempre costituito la ragione prima dei suoi numerosi viaggi.Scrive infatti: “Penso che per un viaggiatore sia naturale cercare la diversità,e che sia l’elemento umani ciò che lo rende più consapevole della differenza .Se la gente e il modo di vivere fossero uguali dappertutto non avrebbe molto senso spostarsi da un posto all’altro”. Sono proprio questi individui diversi,altri,che durante il viaggio,ci restituiscono una immagine di noi che non conoscevamo.Il viaggio, quello vero,offre la possibilità di farsi conoscere per quello che si è,indipendentemente da attributi precedenti ;in questo senso,ogni partenza si accompa- gna anche a una nuova visione della propria identità sociale,in un gioco di continui rimandi con lo sguardo degli altri.
L’esperienza della perdita,tipica del vero viaggio,è dunque feconda di benefici.
Eppure oggi ,nell’era del turismo di massa ,non tutti vogliono goderne.Li possiamo riconoscere facilmente questi fintiti viaggiatori: partono con le loro sicurezze e tornano con
qualche souvenir in più.Null’altro .Con gli occhi cercano ciò che hanno lasciato.Ovunque si trovino,tentano di ricostruire la loro”casa”le loro rassicuranti abitudini .A volte basta poco:
un piatto di spaghetti,un cameriere che parla italiano,una partita di calcio captata con una antenna parabolica .
A volte non serve nulla ,tanto la “casa”è radicata dentro di loro ,tanto sono presi da un”io”che non si lascia neppure scalfire dal nuovo.Macinano chilometri ma non viaggiano,guardano ma non vedono,sentono ma non ascoltano Magari tornano carichi di fotografie con cui stupire gli amici,ma loro no,non si sono mai stupiti,non hanno mai osato perdersi.
In realtà non si sono allontanati un momento da casa .E’ ciò che hanno evitato,con tanta ostinazione,non sono soltanto le strade del mondo ma anche quelle della loro anima
in realtà non si sono allontanati un momento da casa .E’ ciò che hanno evitato,con tanta ostinazione,,non sono soltanto le strade del mondo ma anche quelle della loro anima .

CAMMINO DI SANTIAGO IN GENOVA SECONDA PARTE



















VISITE DELLO SPIRITO IL "CAMMINO DI SANTIAGO "A GENOVA












LA RICERCA DELLA VIA DELLA SALVEZZA E DELLA FEDE DI FRONTE ALLO SPETTACOLO DEL PAESAGGIO E ALLA LUCE CELL'ARTE
“PRIMA PARTE"
Tre tappe del Cammino di Santiago di Compostela in mezzo alla città di Genova,fermandosi per pregare e riflettere negli antichi oratori e chiesette lungo il il percorso-
SABATO 27 MARZO 2010 Da S.Erasmo di Quinto al Mare a S.Rocco di Vernazza per la Castagna e S.Bartolomeo di Quarto.
DOMENICA 28 MARZO 2010 Dall'Anime e Cintura di S.Vincenzo a S.Giovanni di Preè per S,Giacomo delle Fucine e della Marina
LUNEDI' 29 MARZO 2010 Dall'Assunta di Prà a S. limbania per S.Ambrogio ,S.Erasmo e morte e Orazione di Voltri

CONFRATERNITA MORTIS ET ORATIONIS DI S.ERASMO IN QUNTO AL MARE
Nata dalla fusione della Compagnia di S.Erasmo e la Compagnia dei Settantadue e poi la successiva aggregazione alla Arcicon-
fraternita Mortis et orationis.(1716)

Sant'Erasmo - Martire del IV secolo
Erasmo è nome di origine greca ed ha il significato, assai bello, di " desiderato " o meglio " amato ".
Sant'Erasmo fu Vescovo di Formia, in Campania, e sul suo conto esistono favolose leggende nel quadro della persecuzione di Diocleziano, agli inizi del IV secolo. Si dice infatti che fosse Vescovo in Asia Minore, nella Siria, e che per sfuggire ai persecutori venisse rapito da un angelo e trasportato a volo nell'Illiria, cioè nell'odierna Dalmazia. Qui convertì moltissimi pagani, prima di essere scoperto e catturato. E di nuovo un angelo lo salvò in volo, trasportandolo sulle coste della Campania. Divenne allora Vescovo di Formia, ma per breve tempo. Morì di lì a poco per le ferite riportate nei due supplizi e perciò ebbe il titolo di Martire.
L'unico dato sicuro di questa fantasiosa vicenda è la presenza, a Formia, delle reliquie di Sant'Erasmo. Quando, nel IX secolo, la città fu distrutta dai Saraceni, le reliquie vennero trasferite nella non lontana Gaeta, e di questa città Sant'Erasmo è ancora venerato come Patrono.
La fantasia devota arricchì la sua figura di particolari suggestivi. Tra le " crudelissime torture " che il martirologio gli attribuisce, s'immaginò per esempio, che al Martire venisse squarciato il ventre e fossero strappati gli intestini. Tale raccapricciante supplizio valse a Sant'Erasmo fama di protettore nei mali del ventre e dei visceri, non escluse le doglie del parto.
Per rendere più truce ed evidente la scena del supplizio, gli artisti vi raffigurarono un argano, attorno al quale il carnefice avvolgeva, come una fune, i visceri strappati al Santo.

All'interno dell'oratorio numerose cappelle e lesene laterali, dipinto di S.Michele Arcangelo ,S.Rocco,polittico di S.Erasmo,S.Pietro e S.Paolo(pregevole copia della preziosa tela dipinta da Pierin de La Vaga), S.Firmina ,S.Isidoro,,Madonna della Pace,Crocifisso quattrocentesco con effige di Cristo posta su un' anticaCroce di legno tondeggiante di limone,dipinto settecentesco di Cristo Trionfante con S.Erasmo e Santi,altare settecentesco con statua lignea di S.Erasmo opera di Anton Maria Maragliano. tribuna con organo del 1873 di Lorenzo Paoli,19 registri,23 canne disposte a cuspide con ali.La Volta dipinta dal pittore Veneziano Ferdinando Pavoni propone l'emblema della confraternita ,S.Rocco,la Vergine con il Bambino,l'Arcangelo michele in lotta contro satana,S.Erasmo che regge la sua tipica candela.Facciata a capanna semplice

Lasciato l'oratorio ci inoltriamo lungo un stretta "crosa" che ci porta alla chiesa parrocchiale di S.Pietro e poco dopo ci inseriamo nella antica via Romana di Quinto (d Quintus Milium dal centro di Genova, o Quintus lapis ab urbe juanua, quinta pietra dalla città di Genova)Si tratta in maggior parte di quello che resta dell'antico asse di accesso alla città da Levante detto erroneamente romano per l'errata traduzione del termine roman "romanzo".continuando lungo una strada che si alterna a salitine e discese si attraversano diversi ruscelli si entra nella Via Romana della Castagna,deve il nome ai Castagna ,antichi proprietari di vaste aree della zona,giungiamo alla Chiesa di Santa Maria della Castagna si trova in Genova Quarto, quartiere del levante, che prende il nome dall’essere posto, lungo la Via Aurelia, al quarto miglio (quarto ab urbe milliario, aut lapide) da Genova.”accanto alla chiesa vi è la Confraternita di S.Rocco (Viene fondata tra il 1400 ed il 1450 in località Capo S.Rocco. Il 10 Giugno 1703 viene deciso il trasferimento della Confraternita negli attuali locali vicini alla Chiesa Parrocchiale, dove dal mese di settembre al mese di giugno, ogni sabato viene celebrata una S. Messa prefestiva in memoria dei Confratelli defunti.).
S.Rocco
Nasce a Montpellier, in Provenza (sud della Francia) in un anno imprecisato tra il 1348 e il 1350. Al momento della nascita Rocco reca sul petto, lato cuore, una voglia a forma di croce che ne permetterà il riconoscimento del corpo dopo la morte. La famiglia, i Delacroix, è tra le più abbienti della città. A Montepellier, presso la locale ed antica Università Rocco avrebbe studiato medicina interrompendo gli studi alla morte dei genitori, Giovanni e Libera. Dopo il funesto evento, il giovane, distribuisce i propri averi ai poveri e parte in pellegrinaggio verso Roma. Al momento di iniziare il pellegrinaggio ha già assunto l’abito del Terzo Ordine Francescano. Rocco, secondo la tradizione, avrebbe conosciuto il terribile flagello della peste già nella città natale. Giunge in Italia nel momento di massima virulenza di un’epidemia di peste nera ed interrompe il viaggio verso Roma ad Acquapendente (Viterbo) ove nel lazzaretto di S. Gregorio assiste appestati ed ammalati.
Qui si manifestano le virtù taumaturgiche del Santo: il segno della croce praticato da Rocco sulla fronte dei malati procura la guarigione e si diffonde così la fama dei miracoli del giovane pellegrino francese. Giunge a Roma tra il 1367 ed il 1368. Vi si ferma per tre anni assistendo gli ammalati. Con il segno della croce indelebile sulla fronte, guarisce un cardinale che lo conduce alla presenza di Papa Urbano V. Dopo aver lasciato Roma, Rocco è a Rimini, Forlì, Caorso e Cesena ove si prodiga a favore degli appestati. A Piacenza contrae la peste e si ritira in una grotta, ancora esistente e trasformata in santuario, lungo il fiume Trebbia nei pressi di Sarmato. Un cane provvede al sostentamento del Santo con una pagnotta che preleva alla tavola del padrone, il Signore di Sarmato, Gottardo Pollastrelli. Questi segue la piccola bestia, scopre la grotta e cura il giovane che si rifiuta di seguirlo a palazzo. Gottardo cerca vanamente di seguire Rocco che lo induce a desistere dal proposito. Gottardo ne diffonde la vita e la fama dei miracoli; si ritiene sia stato il primo agiografo del Santo nonché il primo ad averlo raffigurato in una immagine e seguendo gli insegnamenti del maestro avrebbe conseguito anch’egli la santità. Tra gli storici, però, l’esistenza o meno di questa figura accostata al Santo è parecchio controversa. Nella grotta al Santo appare un angelo che gli annuncia la guarigione e la facoltà di chiedere una grazia al Signore. Lungo la strada del ritorno a Montpellier, Rocco è incarcerato come spia a Voghera. Rifiuta di rivelarsi nonostante i Signori del luogo siano avi materni. Resta in carcere per quasi cinque anni. Riceve ancora una volta l’apparizione dell’Angelo che gli annuncia la morte ormai prossima che giunge nella notte tra il 15 ed il 16 Agosto probabilmente del 1379. Al momento della sepoltura, grazie al segno di croce che Rocco porta sul petto, lo zio materno Bartolomeo, Signore del luogo ove il Santo è stato incarcerato, riconosce il nipote nel misterioso giovane pellegrino che mai aveva voluto rivelare la propria identità. Sempre al momento della sepoltura la grazia che Rocco aveva chiesto al Signore si manifesterà con il ritrovamento della tavoletta che porta incisa la frase "Chi invocherà il mio servo sarà guarito", e che compare in numerose rappresentazioni del Santo. Il corpo di S. Rocco resterà a Voghera fino al 1483 quando sarà trasferito a Venezia ove è eretta una chiesa dedicata al Santo con un altare che ne conserva i principali resti. La chiesa è officiata dalla celebre "Arciconfraternita della Scuola Grande di S. Rocco" che ancora oggi costituisce il fulcro della diffusione del culto di S. Rocco in tutto il mondo.
Continuando il nostro pellegrinaggio giungiamo all'Oratorio di S.Bartolomeo di Quarto
la confraternita viene fondata nel 1561. Ha come Santo Patrono S. Bartolomeo e la Beata Vergine del Rosario.Ogni prima domenica del mese nell'Oratorio si celebra la S. Messa.
S.Bartolomeo
Apostolo martire nato nel I secolo a Cana, Galilea; morì verso la metà del I secolo probabilmente in Siria. La passione dell'apostolo Bartolomeo contiene molte incertezze: la storia della vita, delle opere e del martirio del santo è inframmezzata da numerosi eventi leggendari.Il vero nome dell'apostolo è Natanaele. Il nome Bartolomeo deriva probabilmente dall'aramaico «bar», figlio e «talmai», agricoltore. Bartolomeo giunse a Cristo tramite l'apostolo Filippo. Dopo la resurrezione di Cristo, Bartolomeo fu predicatore itinerante (in Armenia, India e Mesopotamia). Divenne famoso per la sua facoltà di guarire i malati e gli ossessi. Bartolomeo fu condannato alla morte Persiana: fu scorticato vivo e poi crocefisso dai pagani.
Ogni prima domenica del mese nell'Oratorio si celebra la S. Messa.
Continuando il nostro percorso attraversiamo Ponte Vecchio (romano), sopra il torrente Sturla risaliamo verso Corso Europa e raggiungiamo l'Oratorio di S.Rocco di Vernazza.
Storia:
La prima pietra della cappella o chiesuola di S. Rocco fu posta nel 1468, come si legge in un atto del 29 giugno steso dal notaro e cancelliere arcivescovile Andrea de Cairo. In tale data 29 giugno 1468 il patrizio genovese Agostino Salvago regalava il terreno a Vernazza in località Vigo, dove si trovava un pilone con una immagine del Santo, per l'erezione della cappella.

Nel secolo XVII la cappella, soggetta a San Martino d'Albaro, fu sostituita da una chiesa barocca che appartenne alla Casaccia di S. Rocco; il 2 aprile 1644 fu dotata di un piccolo campanile sul tetto. Un vero campanile fu innalzato nel 1693.
L'arciv. Gio.Battista Spinola il 2O gennaio 1696 dichiarava la chiesuola oratorio pubblico, ancora succursale di San Martino d'Albaro.
Tra varie vicende non sempre pacifiche si arrivo al 1897 quando Mons. Tommaso Reggio arciv. di Genova con decreto del 15 luglio proclamo la chiesa rettoria parrocchiale autonoma e il 3 maggio 1899 la muto in prevostura.
La chiesa nel 1916 si presentava in condizioni disastrose tali da farne temere il crollo totale. Si penso a riparazioni, si penso anche ad una costruzione nuova su disegno sobrio ed elegante dell'ing. architetto Lorenzo Basso; si fecero raccolte di denaro; finchè si arrivo nel 1923 alla ristrutturazione e all'ingrandimento della chiesa vecchia in stile arieggiante il gotico, con bel campanile a forma cuspidale. La chiesa venne inaugurata il 29 settembre 1923.
Il 27 agosto 1972 l'arcivescovo Card. G. Siri faceva la consacrazione delle nuove campane.

VISITE DELLO SPIRITO IL "CAMMINO DI SANTIAGO "A GENOVA





















VISITE DELLO SPIRITO IL "CAMMINO DI SANTIAGO "A GENOVA
SECONDA PARTE
CONFRATERNITA DELLE ANIME E DELLA CINTURA Via S,Vincenzo 68 cancello
Vita di S,Agostino
Sant'Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un'educazione cristiana, ma dopo aver letto l'Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant'Ambrogio. L'incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest'ultime riflettono l'intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt'ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all'età di 76 anni.
VERGINE DELLA CINTURA
La festa della Madonna della Cintura viene celebrata la prima domenica dopo il 28 agosto, data in cui la Chiesa fa memoria di Sant’Agostino. Come accade anche in altri casi ne consegue che le celebrazioni possono cadere un anno in un mese ed un anno in un altro.
La devozione alla Vergine della Cintura, secondo la tradizione, è nata dal desiderio di Santa Monica di imitare Maria anche nel modo di vestire: Monica infatti avrebbe chiesto alla Madonna di farle conoscere quale era il Suo abbigliamento durante la Sua vedovanza e, soprattutto, come vestiva dopo l’ascesa al cielo di Gesù. La Vergine, accontentandola, le apparve letteralmente coperta da un’ampia veste di stoffa dozzinale, dal taglio semplice e di colore molto scuro, ossia in un abito totalmente dimesso e decisamente penitenziale. Tale veste era stretta in vita da una rozza cintura in pelle che scendeva quasi fino a terra. Maria, slacciatasi la cintura, la porse a Monica raccomandandosi di portarla sempre e le chiese di invitare tutti coloro che desideravano il Suo particolare patrocinio ad indossarla. Fra i primi che approfittarono dell’opportunità troviamo Sant’Agostino, il figlio di Monica e, poco per volta, la cintura divenne uno dei tratti distintivi dell’ordine degli Agostiniani e di quanti hanno regole di vita che traggono spunto da Sant’Agostino.
Lasciata la Cappella della confraternita ci avviamo verso le antiche mura Le mura del Barbarossa
Nel 1155 si rese necessario l'ampliamento della cinta difensiva verso nord-ovest fino a comprendere quella delle tre entità territoriali, Castrum - Civitas - Burgus, che era rimasta fuori della cerchia romana e alto medievale, il Borgo.
Queste mura del XII secolo partivano dalla chiesa di Santa Croce, la chiesa allora della comunità dei Lucchesi in Genova come risulta da un atto del 1128, che si trovava presso Sarzano, accanto al Castello. Il circuito delle mura tralasciava il versante a mare del colle di Sarzano che per lo strapiombo sul mare non richiedeva ulteriori fortificazioni.
Le mura pertanto iniziavano dal portello detto di Santa Croce, sopra un incunearsi del mare a strapiombo che delimitava il lato meridionale della piazza Sarzano, strapiombo poi varcato dalle mura del Cinquecento con due immensi archi a sesto acuto. Da qui, a differenza delle mura precedenti che tagliavano quasi a metà l'attuale piazza Sarzano, queste mura la recingevano al completo, includendo nel loro percorso la chiesa romanica di San Salvatore, degli agostiniani (ricostruita nel Sei-Settecento).
Le mura del Barbarossa con le porte, i Portelli, le Torri e la Rocca di Sarzano
Passavano sul retro dell'attuale via del Colle, dove alcuni tratti rimangono tuttora, in via delle Murette (dal dialetto Miagette, Muragliette) e in vico chiuso di San Salvatore. In questa zona le mura costituirono infatti, a partire dal XIV secolo, il sostegno delle case popolari - ad esse addossate - di via del Colle e di Campopisano.
Dal retro della via del Colle (per via delle Murette che ne segna il percorso di colmo), arrivano alla - anch'essa tuttora esistente - Porta Soprana, detta anche Porta di Sant'Andrea, dall'omonima chiesa che era situata nei pressi della porta e che dava il nome al colle. La piazza interna alla Porta Soprana è infatti chiamata Piano di Sant'Andrea. Essa coincideva peraltro con la precedente porta di Sant'Andrea delle Mura Carolinge.
La Porta Soprana, che era stata come altre porte inghiottita dalla successiva edilizia, venne liberata dalle case ad essa addossate a partire dal 1892, con una serie di restauri avviati dall'architetto Alfredo d'Andrade e proseguiti dopo la sua morte sino alla liberazione della torre meridionale, avvenuta nel 1935.
Dalla Porta Soprana la nuova cinta muraria ampliava notevolmente la porzione di città racchiusa in essa, rispetto a quella precedente. Da questo punto si prolungava per circa 2,4 km, racchiudendo un territorio di 55 ettari.
Raggiungiamo la Confraternita di S.Antonio Abate e S.Giacomo delle Fucine
ORATORIO DI S.ANTONIO ABATE
Posto frontemare a fianco della chiesa di San Salvatore, l'oratorio di Sant'Antonio Abate risale al primo decennio del XVII secolo; fu edificato come sede della "casaccia" (confraternita) omonima , e si arricchì (soprattutto nel Seicento) di un'importante quadreria, oggi in gran parte dispersa.
Soppresso durante il periodo napoleonico, fu riaperto al culto nel 1816; nel 1828 subì un profondo restauro, sotto la guida di Carlo Barabino (autore del progetto) e con la collaborazione dello scultore Ignazio Peschiera.
L'interno - pur senza poter più vantare il corredo artistico di un tempo - conserva ancora alcuni pezzi notevoli: una tavola coi Santi Antonio e Paolo eremita dovuta a Luca Cambiaso; il Cristo Bianco (1710), una tra le opere più significative di Anton Maria Maragliano; San Giacomo Maggiore che abbatte i Mori, cassa processionale attribuita a Pasquale Navone; e il Cristo Moro, crocifisso processionale di Domenico Bissoni (1639), assai popolare un tempo tra i Genovesi per la preziosità dei materiali di cui è composto (legni pregiati per la scultura del Cristo, rivestimento di tartaruga con decorazioni in oro e argento per la croce).
Il Cristo Moro e la cassa del Navone non fanno parte del patrimonio storico di Sant'Antonio Abate, ma provengono dall'oratorio di San Giacomo delle Fucine, demolito nel 1872 per il tracciamento di via Roma.
Si continua attraverso le vie antiche mura delle Grazie, raggiungiamo l'Oratorio della confraternita di S.Giacomo della Marina,Eretto nel '400, l'oratorio assunse l'attuale aspetto barocco nella prima metà del Seicento, quando negli spazi delimitati dalle lesene e nel presbiterio furono inseriti i dodici grandi quadri per cui è famoso: non a caso è stato definito un museo della storia dell'arte genovese del '600, con opere dipinte da alcuni dei maggiori artisti liguri del tempo.
La magnifica raccolta presenta firme ilustri: Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto ("San Giacomo che abbatte i Mori"), G.B. Carlone ("San Giacomo apre le porte di Coimbra a re Ferdinando" e "Martirio di San Giacomo"), Valerio Castello ("San Pietro battezza San Giacomo"), Giovanni Domenico Cappellino ("Predicazione dell'apostolo"), Domenico Piola ("Martirio del santo"), Giovanni Lorenzo Bertolotto ("L'invenzione della spoglia") e Aurelio Lomi ("I figli di Zebedeo presentati a Gesù").
La quadreria è assai significativa anche perchè le tele rappresentano i momenti più importanti della vita e dell'iconografia di San Giacomo, e sono state donate da singoli o da gruppi di confratelli. Difatti la chiesa è sede di una delle confraternite che nel Sei e Settecento furono protagoniste - in un trionfo di stendardi, crocifissi e gruppi scolpiti coperti d'oro e argento - delle famose processioni delle "casacce".
L'oratorio conserva pure una cassa d'organo e un gruppo processionale, entrambi opera del marsigliese H. Pellè, oltre a tre crocifissi e sei panconi settecenteschi.
Vita di S.Giacomo:E’ detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea) anch’essi lo seguono (Matteo cap. 4). Nasce poi il collegio apostolico: "(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui: (...) Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono" (Marco cap. 3). Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le cui virtù non sovrabbonda il tatto. Chiede infatti a Gesù posti speciali nel suo regno per i figli, che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà. Così, ecco l’incidente: "Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono". E Gesù spiega che il Figlio dell’uomo "è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Matteo cap. 20).
E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. "Il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni" (Atti cap. 12). Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la nonna). A Roma è poi compagno di baldorie del giovane Caligola, che nel 37 sale al trono e lo manda in Palestina come re. Un re detestato, perché straniero e corrotto, che cerca popolarità colpendo i cristiani. L’ultima notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è appunto questa: il suo martirio.
Secoli dopo, nascono su di lui tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cade in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di san Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi notissimo come Santiago de Compostela. Nell’angoscia dell’occupazione, gli si tributa un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche, incontrollabili tradizioni sul santo in Spagna, ma l’appassionata realtà di quella fede, di quella speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora affascinante simbolo.
Nel 40 dopo Cristo la Vergine ancora in vita appare a a S.Giacomo a Saragozza in Spagna per confortare l'Apostolo assai deluso dei risultati negativi della sua predicazione. Il "Pilar" è appunto la colonna di alabastro su cui la Vergine avrebbe è conservato nella basilica sorta nel luogo della apparizione.
Lasciato l'Oratorio di S.Giacomo della Marina raggiugiamo la Commenda di Prè: ultima tappa del secondo pellegrinaggio urbsano,Il complesso di San Giovanni di Prè di Genova, conosciuto come la Commenda di San Giovanni di Prè, venne edificato a partire dal 1180 per volontà di Frate Guglielmo, un appartenente ai Cavalieri Gerosolimitani, organismo che diede poi origine all'Ordine dei Cavalieri di Malta a cui attualmente si fa riferimento parlando di questa struttura.
Il complesso è costituito da due chiese in stile romanico, una sovrapposta all'altra; oltre ad una struttura su due piani che svolgeva una duplice funzione di "stazione marittima" del medioevo per chi partiva per la Terra Santa (in quegli anni da Genova salpava la terza crociata al comando del re di Francia) e di ospedale per i pellegrini.
Il bellissimo complesso, visibile nella sua totalità da Via Gramsci, è ben conservato e mantiene il suo aspetto romanico, con la forza della pietra grigia di promontorio e la bellezza del campanile della chiesa di San Giovanni di Prè. All'interno i mattoni e i soffitti in legno dipinti rendono un'aspetto meno severo e più, che riporta il pensiero ai tempi delle crociate.
Nei livelli più antichi del complesso della Commenda di S. Giovanni di Prè si sono raccolti, in strati rimaneggiati, materiali (soprattutto ceramiche) databili tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. da mettere in relazione con un agglomerato secondario, probabilmente sorto con scopi agricoli, lungo il tracciato viario diretto verso la val Polcevera.
E' noto che da Genova partiva la strada consolare Postumia, costruita nel 148 a.C., che attraversava la pianura padana terminando ad Aquileia.
Non sono noti resti del tracciato in Liguria, ma alla strada è stato attribuito un miliario datato tra il 312 e 324, rinvenuto reimpiegato nella cripta della chiesa di S. Tommaso al Caput Arenae.
Nel corso degli scavi dell'area dell'antico Arsenale della Repubblica si è inoltre individuata un antica spiaggia, nei pressi dell'edificio della Commenda, che ha restituito ceramiche e vernice nera, anfore e monete attestanti la sua frequentazione da epoca tardo repubblicana.
Dai fondali antistanti la spiaggia sono stati tra l'altro recuperati un frammento di macina in pietra ed un capitello corinzio in marmo del I sec. d.C. frutto della demolizione di un edificio che doveva sorgere nei pressi.
Ospitalità:
Il viandante o il malato, appena varcata la soglia, veniva confessato e lavato. Dopo di che - una volta divisi gli uomini dalle donne - venivano assegnati i letti, comuni: solo i malati avevano diritto al letto singolo. Chi si rifiutava di dormire con degli sconosciuti veniva cacciato.
Il salone del primo piano conserva le nicchie nelle pareti dove gli ospiti tenevano i loro oggetti personali: alcune di queste hanno ancora dei fori che servivano come lavandini.
Il complesso ospitava fra gli 80 e i 100 posti letto e in caso di necessità si potevano sfruttare gli ambienti delle due chiese.
Poi venivano consegnate una coperta e un lenzuolo, e persino l'abbigliamento per uscire.
Gli ospiti erano "caldamente invitati" a fare testamento, dove una clausola prevedeva un lascito all'istituzione ospedaliera per finanziare messe e preghiere in suffragio...
In cambio il vitto era buono: due pasti al giorno, carne tre volte alla settimana e persino posate d'argento (per questioni d'igiene).
la Commenda, che fu a partire dal 1180, la stazione marittima per i pellegrini che partivano per la Terra Santa. La facciata è del '500, aggiunta al corpo medievale preesistente. Anche i piani superiori sono stati restaurati nel corso dei secoli, mentre il piano terra è quello originale.
Nella grande sala del piano terreno che dormivano i pellegrini, infatti lungo le pareti si possono vedere le cerniere per gli sportelli degli stipetti e delle nicchie con una base scavata e un beccuccio per far defluire l'acqua che servivano agli ospiti per le loro abluzioni.
Alla Commenda si arrivava da tutta Europa. Alcune carte svizzere dei Padri Agostiniani che controllavano il Gran San Bernardo ci danno la certezza che tutti quelli che volevano andare in Terra Santa avevano come meta del loro viaggio sulla terra ferma la Commenda di Prè.
Tra gli ospiti di prestigio è bene ricordarne due: Dante e Petrarca. Quindi, alla Commenda non ci si fermava solo per raggiungere i luoghi delle Crociate, ma anche per riposare un poco durante i lunghissimi viaggi di allora da una città italiana all'altra.